Leonardo Pinzauti

 

Quando conobbi Ugalberto de Angelis, i compositori della sua generazione (ma anche qualcuno dei "più vecchi di lui"), parlavano della musica con un atteggiamento in cui traspariva quasi un senso di imbarazzo, come se si trattasse di una bestia da domare, o magari di un meccanismo da rimettere in moto, in qualche modo: e ognuno aveva la sua ‘formula’, da usare con scetticismo o con rabbia, con l’accanimento di un giuoco o con la volontà di farne quasi un’arma, contro tutto o contro tutti.

Parlavano tuttavia volentieri delle loro intenzioni, si scrivevano da sé le note illustrative nei programmi di sala, ma quasi mai si aveva l’impressione che,in fondo, fossero innamorati della musica, che quando c’era qualcuno di loro che la caricava di significati eminentemente ‘politici’, in nome del così detto ‘impegno’.

 

Ugalberto, invece, parlava volentieri della musica, ma poco della sua, verso la quale aveva pudore davvero da innamorato, anche se nulla gli sfuggiva dei tentativi e dei raggiungimenti dei suoi colleghi più o meno illustri e fortunati: sapeva di essere un solitario, e forse ne soffriva, lui così disponibile a stabilire con gli altri un rapporto di franca comunicazione. Ma sapeva anche che la musica non era né un meccanismo per giocare né un’arma per scendere in campo, e per questo le affidava le sue più segrete fantasie e i più dolorosi tormenti. Credeva insomma alla musica come mezzo di espressione, in una civiltà che ormai sembrava non incline all’ arte come confessione, ma piuttosto ad un ‘fare’ disincantato, rancoroso e amaro, che bruciava molti dei più sensibili e creativi.

 

Solo che, oggi, il tempo gli ha dato ragione, perché lui solitario e defilato continua ad apparire un musicista dei nostri giorni, mentre altri che credevano di esser più ‘moderni’ di lui appaiono ormai invecchiati, come i meccanismi che avevano messo in moto, e espresso con inutile protervia.

 

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