Luciano Alberti

 

Incominciare a fare il critico musicale in una città come Firenze, senza essere passato attraverso il Conservatorio-come incominciai io, appena uscito dalla Facoltà di Lettere, nei pieni anni ’50-significava imbastire e via via stabilire rapporti di conoscenza personale con i musicisti concittadini-compositori e interpreti-sulla base delle recensioni, a seconda delle quali, la conoscenza (specie con i coetanei) poteva diventare amicizia, o meno. Un’amicizia che nasce da una recensione è cosa buona: più che viceversa.

 

Così cominciò la mia amicizia con Ugalberto: la sua musica mi convinceva, mi piaceva.

E l’amicizia si alimentava poi delle intense frequentazioni musicali: Ugalberto, al di là dei suoi impegni professionali alla sede RAI di Firenze, e-forse-nonostante quelli, amava ascoltare la musica; e non solo quella contemporanea. La quale del resto, in quegli anni a Firenze—come altrove-si faceva in misura molto maggiore rispetto ad oggi.

 

Il Teatro Comunale, lungi dall’aver assunto un formato multinazionale, oppure forte di un’ottima orchestra, presentava stagioni sinfoniche con addirittura due diversi programmi a settimana, misti di vari autori-come usava-tra cui non mancavano gli autori nuovi: italiani e fiorentini.

 

Così pure il Conservatorio, per vari anni si sono svolte benemerite stagioncelle avanguardistiche (le presiedeva, super partes, Giuliano Toraldo di Francia),animose e virulente, a raggio elasticissimo. Dal raggio elasticissimo: dal fiorentino emergente a Cage.

Si poteva parlare, allora, di “scuola fiorentina”, essendoci un caposcuola, Luigi Dallapiccola, che pure non voleva “far scuola”; ma la cui presenze il cui prestigio internazionale, con i connotati di magistero e di un’eticità indiscussi, dava luce alla città musicale tutta.

Ma Ugalberto amava frequentemente anche la grande musica della storia: cosa che non si può poi sempre dire dei compositori (e ancor meno dei musicologi).I nostri incontri erano soprattutto negli intervalli; si parlava di quel che si era ascoltato; e seguivamo l’un l’altro

le frasi parallele della vita, quotidiane e no: nozze e nascite dei figli. Io seguivo così il suo progressivo affermandosi nel mondo musicale anche non italiano (in quello tedesco, in particolare): affermazione non facile, segnata com’era da così schiva discrezione.

 

Sono stata nella sua casa fra i campi, fuori Porta San Niccolò; non lontana dalla casa di Roberto Lupi (e tra Ugalberto e Lupi” aderenze” teosofiche, steineriane  ci furono pure).

Ho avuto poi suo fratello minore-Marcello-come mio alunno di italiano e latino al liceo dei Padri Scolopi. Avevo conosciuto così la madre, gentile e apprensiva, che veniva a informarsi del figlio liceale. L’ho poi ritrovata accoratissima per la malattia di Ugalberto.

Scorro il catalogo delle composizioni di Ugalberto; non poche e ho recensite. Alcune le ho fatte eseguire, quando da critico musicale sono passato dall’ “altra parte”, da quella dei criticati, come direttore artistico del teatro Comunale fiorentino (primo periodo) e poi dell’Accademia Musicale Chigiana di Siena (ancora un altro periodo, in rapporto ai miei rispettivi “ritorni” in entrambe queste sedi).

Non citerò alcun titolo, se non l’ultimo, il cinquantesimo, per la musica che egli non ha portato a compimento (e di cui non conosco neppure l’abbozzo): Passione secondo uomini per ogni uomo.

 

Mi colpisce perché è un titolo fatalmente (consapevolmente?) ‘ultimo’ (come "Commiato" nel catalogo di Dallapiccola), e perché stigmatizza, appunto, l’umanità di questo musicista: dato peculiare di ogni sua pagina: un’umanità meditativa e non di rado amara, consonante spesso con le alte letture, filtrata attraverso una scrittura sempre calibrata.

 

Per altro, nella conversazione Ugalberto era sorridente, simpatico. Erano tempi in cui degli artisti - salvo per alcuni militanti dell’ "estrema sinistra", i quali potevano vivere l’urgenza di pronunciarsi esplicitamente, in arte come in sortite pubbliche -  l’orientamento politico restava un fatto personale: non era ‘appartenenza’ partitica, non un marchio. Ugalberto (di cui ora, nel catalogo, vedo una composizione presentata in una remota Festa dell’Unità) lo ricordo pieno di ritegno, anche a questo proposito.

Evocarlo, oggi mi dà l’idea di evocare una <Fiorenza dentro dalla cerchia antica>; e mi accorgo che per l’appunto è Dallapiccola

il Cacciaguida della memoria.

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