UN ABBRACCIO ALLA PITTURA di Lucia Bassignana

(dal catalogo della mostra del Novembre del 2011, presso la Galleria d' Arte "Il Bisonte" di Firenze)

 

In un album rilegato di blu, inaugurato nell’ottobre del 1960, una ventottenne Fiorenza de Angelis cominciava a raccogliere i ritagli delle recensioni comparse sulla stampa, a documentazione dei suoi esordi espositivi. Scrupolo diligente e prezioso (per chi poi si trovi a ripercorrere e tracciare un profilo d’artista) che tuttavia non sarebbe durato: già dalle prime pagine i fogli vi risultano infatti inseriti velocemente, casualmente, spesso senza riferimento alcuno di spazio o luogo. Non ci sarebbe stato più il tempo, in mezzo alle tante, prolungate ed assorbenti responsabilità familiari (la lunga malattia del marito, amorevolmente assistito, e le quattro figlie da crescere) per riservarsi dei pur meritati momenti autocelebrativi, per lasciare anche soltanto un’ordinata memoria di quanto agito a livello “mondano”...  E del resto, questo piano, a lei è sempre interessato poco o nulla, avendo dell’origine e del compito della propria ispirazione d’artista un concetto, un senso, esclusivamente morale e trascendente.

           

La pittura era divenuta approdo e insieme nuovo inizio per la sua solitaria e originale strada di ricerca e di elevazione, subito dopo un’adolescenza attratta dalla poesia e poi - attraverso l’incontro e il matrimonio col compositore Ugalberto de Angelis - dalla musica. L’aveva compreso (e comprendere è più che capire perché ha nell’etimo “abbracciare”, ossia “capire col cuore”) scoprendosi a risuonare interiormente con le teorie scientifico-spirituali sul colore di Rudolf Steiner,[1] conosciute tramite una pittrice che aveva lavorato personalmente con lui e subito elette - già forte della pratica quotidiana coi pigmenti e i materiali - a chiave di lettura privilegiata della vita e del suo stesso dipingere.

           

Un fervente discepolato che pure non l’ha mai ridotta a confinarsi in ruoli devozionali, come quello di mera incensatrice della propria scuola di appartenenza, ma che anzi l’ha sostenuta in un lungo, fruttuoso percorso sperimentale e parallelamente didattico. Questo, nell’arco dei decenni, l’ha portata ad affrontare ed approfondire con intuizioni personalissime i temi più disparati attinenti al colore e a diventare maestra nell’orchestrarne gli equilibri e le armonie dinamiche: ripercorrendo le ricerche di numerosi maestri del passato, dagli incarnati di Leonardo da Vinci all’interpretazione dei complementari di Vincent Van Gogh, o ancora allo studio sul “nero” di Emile Nölde. Sotto il profilo tecnico, dalle pagine rarefatte dei primi disegni a tratteggio, condotti nero su bianco, Fiorenza passa alla pittura ad olio su tela e o cartoncino, utilizzando la spatola per levare il colore. Per poi cimentarsi anche nel disegno monocromo a china, nell’acquerello e soprattutto nell’uso dei pastelli e delle tempere a olio, prediletti fin dagli inizi degli anni sessanta e applicati su carte traslucide, bianche o colorate, comunque sempre molto sottili. Il suo gesto sicuro distende, si direbbe quasi tessendo, strati sovrapposti e compositi di colori puri e brillanti, intervenendovi sopra direttamente con la punta d’acciaio e procedendo “per via di levare”, alla ricerca e allo svelamento di trasparenze iridescenti.

 

Prevalgono i temi biblici ed evangelici, offerti come visioni mistiche, dalla Genesi all’Apocalisse, accanto a quelli tratti dal mito e dalla storia dell’uomo e del cosmo. Disparati, quanto palesi, gli stessi riferimenti formali: a Odilon Redon, in certi diafani profili angelici, a William Blake per le figure allungate, dai minuscoli occhi vivaci, ad Arnold Böcklin e Puvis des Chavannes, per alcune ambientazioni sospese “di taglio contemplativo”, tra rocce e piante, in cui si aggirano presenze di cui percepiamo la comunione reciproca e il mutuo, silenzioso dialogo animico. Altrove si è ritenuto opportuno rimandare a Grünewald, Bosch, Paolo Uccello, El Greco o, ancora, venendo ad esempi storicamente più prossimi, a Caspar David Friedrich ed Elisabeth Chaplin.

 

L’immaginario di Fiorenza De Angelis è un ponte gettato tra materia e spirito, mondo umano e divino, visibile e invisibile: lì ciascun colore ha un proprio carattere intimo; risplende intrinsecamente, di una qualità specifica essenziale, che può essere percepita solo con l’approccio interiore. Quando si sia capaci di rappresentarseli “davanti all’occhio dell’anima”, come affermava Steiner, e di lasciarsene stimolare nel sentimento,  sono i colori stessi - fluendo per tono, movimento ed equilibrio - a plasmare la forma, a lasciarla affiorare, aleggiare, vibrare sul foglio. Luminosa ed evanescente: ora svolta in linee curve e ritmi, vortici e spirali, ora rappresa in paesaggi o figure ieratiche, eppure prive di peso, fluttuanti nello spazio, pensate non come investite da una sorgente di luce esterna, ma risplendenti di una luminosità propria che emerge, liberata, dalle tenebre: quella stessa luce che, ancora secondo Steiner, si trova in intima parentela col nostro essere, il nostro Sé, la nostra parte spirituale.

 

Si comprenderà forse meglio, in conclusione, come perda di importanza, dal punto di vista dell’autrice, anche l’esplicitazione stessa del soggetto, del titolo dell’opera - talora indicato ma più spesso sottaciuto e alluso - per lasciare forse intenzionalmente all’anima, alla sensibilità, all’intelletto di chi la contempla, la libertà di dialogare, intuire, avanzare ipotesi, in base alle proprie competenze iconografiche, alla propria esperienza religiosa e spirituale, ma forse, più ampiamente, al livello evolutivo raggiunto.

 

 

 

 

[1] Rudolf Steiner (1861-1925), il filosofo e scienziato austriaco fondatore dell’Antroposofia, nel corso degli anni venti tenne a Dornach, in Svizzera, una serie di conferenze su L’Essenza dei colori, rifacendosi alle teorie goethiane ma approfondendole e dilatandole su orizzonti più vasti. Introdusse il concetto del tutto nuovo della distinzione fra “colori-immagine” e colori-splendore” e delle loro interazioni e metamorfosi. Spaziando dai minerali alle piante, agli animali, agli esseri umani, ai mondi sottili e indagandone le diverse qualità coloristiche, egli indicava al pittore, con ampie e articolate trattazioni, la possibilità di sviluppare una tecnica di velature corrispondenti alle caratteristiche specifiche dei diversi gradini dei regni della natura. Steiner stesso, tra il 1917 e il 1919, aveva realizzato di propria mano, in applicazione a tali principi, il ciclo pittorico della piccola cupola del primo “Goetheanum”, edificato in legno nel 1913 e distrutto da un incendio nella notte di San Silvestro del 1922. Espressione cardine della visione artistica del movimento è il ben noto concetto di ”Euritmia”, secondo il quale ogni gesto è da sentire analogicamente come “chiaro” o “scuro”, ogni stato d’animo o suono come colore.

UNO SGUARDO SULLA PITTRICE FIORENZA DE ANGELIS

- di Ilaria Magni -   gennaio 2017

Che cos'è il colore? Così si interrogava Fiorenza de Angelis, fin dagli albori della sua personale e autentica ricerca artistica, filosofica e spirituale, forse anche quando si affacciava da quel piccolo loggiato del suo atelier, sito al numero 13 di Piazza Santa Croce, dove lo sguardo si apriva sulla maestà fiorentina.
" Tutto è colore"- Si legge tra le righe di un foglio battuto a macchina, recuperato dai suoi appunti e conservato dalla fgiglia Benedetta-"Considerando il rapporto superiore che il mondo colorato dei corpi, ha con l' anima umana" -chiarisce- " qui si sviluppano gli effetti sensibili, morali, del colore". Ispirandosi all' analisi di Goethe e le teorie scientifiche e spiituali di Rudolf Steiner, Fiorenza de Angelis, come pittrice in prima persona e come maestro,partendo dalla scuola da lei fondata e ben presto uscita dall' intimità del suo Atelier per divenire un vero e proprio movimento pittorico, ricerca l'equilibrio e l'euritmia dinamica del colore, il quale diviene l'anello di congiunzione tra lo spirito e la materia. Con quella determinazione costante e quel piglio da matematico, da scienziato, impressi nello sfguardo, fino all'ultimo dei suoi giorni.
Mediante la percezione del mondo interiore ogni differente colore si manifesta nella visione di de Angelis nel proprio carattere intimo e preciso, liberando il disegno interno, in modo che sia la forma stesssa ad affiorare sul foglio,emergendo per mezzo della mano dell'artista " per via di levare"con la punta d'acciaio, attraverso strati sovrapposti di colori puri e brillanti, con una certa eco dello sfumato di Leonardo da Vinci, delle vibrazioni coloristiche del Pontorno e delle " urgenze" cromatiche di Van Gogh. Ed è così che nell' immaginario di Fiorenza de Angelis prendono vita, ammantate di colore e investite di una fonte di luce interiore, figure diafane  e architetture vorticose e spiraliformi, suggestioni mistiche, bibliche ed evangeliche, miti della natura e del cosmo, con riferimenti formali a certe illustrazioni della Commedia di Dante, alla grazia acerba di Bottocelli, ai profili angelici nei sogni di Odilon Redon, alle figure verticali di William Blake e al simbolismo di Puvis De Chavannes e degli altri profeti (nabis) dell'avanguardia post-impressionista parigina.

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